Competitività del sistema produttivo italiano nel 2026: resilienza, dipendenze e nuovi equilibri internazionali

    Redazione Meta

    Introduzione

    La quattordicesima edizione del Rapporto sulla competitività dei settori produttivi dell’Istat fotografa un sistema produttivo italiano che ha mostrato, nel corso del 2025, una resilienza superiore alle attese, ma che si trova oggi esposto a un quadro internazionale profondamente diverso da quello nel quale si è consolidato il modello export-led degli ultimi decenni.

    Il tema centrale non è soltanto l’effetto dei nuovi dazi statunitensi. Il Rapporto colloca la politica commerciale americana all’interno di una sequenza più ampia di shock esterni che, negli ultimi anni, hanno modificato il contesto competitivo: pandemia, guerra tra Russia e Ucraina, crisi energetica, riorganizzazione delle catene globali del valore e, più recentemente, nuove tensioni geopolitiche in Medio Oriente.

    Il risultato è un’economia italiana ancora fortemente integrata nei mercati internazionali, capace di mantenere un rilevante avanzo commerciale, ma contemporaneamente più esposta rispetto ad altre grandi economie europee alla domanda extra UE, al mercato statunitense e ad alcune dipendenze strategiche dal lato delle importazioni.

    È proprio questa combinazione tra forza esportativa e vulnerabilità esterna a rappresentare una delle chiavi di lettura più importanti del Rapporto.

    Un’economia resiliente, ma con una crescita ancora debole

    Nel 2025 l’economia italiana ha mostrato una capacità di tenuta significativa, nonostante un quadro internazionale caratterizzato da elevata incertezza. La dinamica dell’attività produttiva è tuttavia rimasta contenuta. Il fatturato dell’industria in senso stretto è risultato sostanzialmente stagnante, mentre quello della manifattura ha registrato una lieve contrazione. Più positiva la performance dei servizi, cresciuti dell’1,7%, con risultati migliori nei comparti dell’informazione e comunicazione e nelle attività professionali, scientifiche e tecniche. La lettura settoriale mostra però una forte eterogeneità. La Farmaceutica, la Metallurgia e alcuni comparti ad alta specializzazione tecnologica mantengono livelli di competitività relativa superiori alla media. Al contrario, persistono segnali di debolezza nei settori tradizionali, nel Tessile e in diversi comparti intermedi. Anche i Macchinari, pur evidenziando segnali di recupero, mostrano un quadro meno uniforme. Il punto rilevante è che la competitività italiana non appare omogeneamente distribuita nel sistema produttivo. È sempre più concentrata in alcuni comparti, in alcune imprese e, soprattutto, nei segmenti maggiormente internazionalizzati.

    Il commercio estero resta uno dei principali punti di forza

    Nonostante l’introduzione dei nuovi dazi statunitensi, il commercio estero italiano ha mantenuto nel 2025 una dinamica positiva. Le esportazioni di beni sono cresciute del 3,3%, le importazioni del 3,1% e il surplus commerciale ha raggiunto 50,7 miliardi di euro. Ancora più significativa è la performance nei confronti degli Stati Uniti. Tra le principali economie europee, l’Italia è stata l’unica a registrare nel 2025 un incremento rilevante delle esportazioni verso il mercato americano, pari al 7,2%. Germania, Francia e Spagna hanno invece registrato una contrazione. Questa capacità di tenuta non deve però essere interpretata come assenza di effetti delle nuove barriere commerciali. Le analisi econometriche dell’Istat mostrano infatti che i dazi hanno comunque depotenziato la crescita potenziale dell’export italiano. In termini aggregati, un raddoppio delle aliquote tariffarie medie effettive è associato a una mancata crescita delle esportazioni pari al 3,2%. L’effetto è quindi meno evidente osservando soltanto il dato consuntivo. L’export è cresciuto, ma avrebbe potuto crescere di più.

    Gli Stati Uniti: un mercato strategico, ma anche una concentrazione di rischio

    Uno degli elementi più importanti evidenziati dal Rapporto riguarda il grado di esposizione dell’Italia verso i mercati extra UE. Nel 2025 il 48,2% delle esportazioni italiane era diretto verso paesi esterni all’Unione europea, una quota superiore a quella di Germania, Francia e Spagna. Gli Stati Uniti, in particolare, assorbono il 10,8% dell’export italiano e rappresentano il secondo mercato di destinazione dopo la Germania. Questa esposizione è un evidente punto di forza quando la domanda americana cresce, ma costituisce anche un fattore di rischio in presenza di tensioni commerciali. L’Istat propone una simulazione particolarmente significativa: nell’ipotesi teorica di un azzeramento delle esportazioni italiane verso gli Stati Uniti, il Pil nazionale si ridurrebbe dell’1,1%, corrispondente a circa 20 miliardi di euro. La dipendenza non riguarda soltanto le esportazioni dirette. Attraverso le relazioni intersettoriali e le filiere nazionali, uno shock sulla domanda statunitense si propagherebbe anche a comparti che non esportano direttamente negli Stati Uniti. Il problema, quindi, non è soltanto commerciale. È sistemico.

    Dazi: effetti meno traumatici del previsto, ma molto selettivi

    Il Rapporto consente di superare una lettura semplicistica degli effetti dei dazi. Da un lato, la maggioranza delle imprese esportatrici negli Stati Uniti non ha registrato modifiche radicali nei volumi venduti o nei prezzi. Oltre tre imprese su quattro hanno mantenuto invariati i prezzi all’export, mentre quasi due terzi non avevano pianificato, a inizio 2026, particolari strategie di risposta. Dall’altro lato, gli effetti emergono chiaramente quando si analizzano i segmenti maggiormente esposti. Per le imprese manifatturiere che avevano gli Stati Uniti come primo mercato di destinazione, la dinamica complessiva dell’export risulta mediamente inferiore di circa un punto percentuale rispetto a quanto sarebbe avvenuto in assenza dei dazi. La mancata crescita complessiva viene stimata in circa 1,5 miliardi di euro. L’impatto è particolarmente significativo nel comparto dei Mobili e più contenuto, ma comunque negativo, nell’Abbigliamento, nei Prodotti da minerali non metalliferi, negli Alimentari e nei Prodotti in metallo. La lezione manageriale è importante. Gli shock esterni non colpiscono tutte le imprese allo stesso modo. Il grado di concentrazione geografica dei ricavi, la capacità di diversificazione dei mercati, la dimensione aziendale e l’appartenenza a gruppi multinazionali diventano variabili decisive per la resilienza. La crescita dell’export è concentrata in pochi settori. Il dato aggregato positivo dell’export manifatturiero nasconde una forte concentrazione. Nel 2025 la crescita complessiva del 3,2% è stata sostenuta essenzialmente da cinque comparti: Farmaceutica, Mezzi di trasporto diversi dagli autoveicoli, Metallurgia, Alimentari e Legno. La Farmaceutica è cresciuta del 28,5%, gli Altri mezzi di trasporto del 22,2% e la Metallurgia del 16,5%. Al contrario, dodici settori manifatturieri hanno registrato una contrazione delle esportazioni. Questo significa che la capacità competitiva internazionale del Paese non può essere letta esclusivamente attraverso il dato complessivo. Una parte rilevante della performance deriva da pochi comparti ad alta intensità di capitale, tecnologia o integrazione internazionale.

    Il ruolo decisivo delle multinazionali

    Uno dei passaggi più interessanti del Rapporto riguarda il peso delle imprese multinazionali sul commercio estero italiano. Nel 2023, oltre tre quarti delle esportazioni manifatturiere erano riconducibili a imprese appartenenti a gruppi multinazionali: il 41% a gruppi a controllo italiano e il 35% a gruppi a controllo estero. Anche dal lato delle importazioni il peso delle multinazionali è dominante. Questa evidenza modifica profondamente l’interpretazione dei flussi commerciali. Le esportazioni e le importazioni non riflettono soltanto la competitività dei singoli stabilimenti localizzati in Italia, ma anche strategie di gruppo, riallocazioni internazionali della produzione, scambi infragruppo e decisioni delle capogruppo. Il caso della Farmaceutica è emblematico. Nel 2025 le importazioni farmaceutiche dalla Cina sono passate da circa 680 milioni a oltre 7,7 miliardi di euro, con un incremento superiore al 900%. Tuttavia, oltre il 90% dei flussi del settore è generato da imprese multinazionali. Il dato non può quindi essere interpretato automaticamente come una semplice sostituzione della produzione italiana con prodotti cinesi. Può riflettere, almeno in parte, una riorganizzazione delle catene internazionali del valore e degli scambi infragruppo.

    La Cina: crescente integrazione e crescente dipendenza

    Se gli Stati Uniti rappresentano il principale mercato extra UE per l’export, la Cina assume un ruolo sempre più rilevante come origine delle importazioni. Nel 2025 il valore degli acquisti italiani dalla Cina è cresciuto sensibilmente e la quota cinese sulle importazioni complessive italiane ha raggiunto il 10,3%, il valore più elevato tra le principali economie dell’Unione europea. La tendenza non è nuova. Dal 2017 l’indice di penetrazione delle importazioni cinesi sulla produzione manifatturiera italiana è cresciuto di circa il 60%. Il problema non riguarda soltanto i beni finali. La Cina è sempre più rilevante come fornitore di input intermedi e prodotti strategici utilizzati dalle imprese italiane. Questa integrazione produce un duplice effetto. Da un lato consente alle imprese di accedere a input, componenti e tecnologie a costi competitivi. Dall’altro aumenta l’esposizione a interruzioni delle forniture, tensioni commerciali e shock geopolitici.

    I prodotti strategici e il nuovo tema della sicurezza delle supply chain

    Il Rapporto dedica una parte significativa all’analisi delle importazioni considerate strategiche per il sistema produttivo. Questi beni rappresentano circa un quinto delle importazioni complessive italiane. Nel triennio 2023-2025 la Cina è diventata il principale fornitore di prodotti strategici non soltanto per l’Italia ma anche per le maggiori economie europee. Per il nostro Paese la quota cinese raggiunge l’11,3%, superiore alla media dei principali partner UE. L’Italia presenta inoltre una dipendenza relativamente maggiore per i prodotti energetici. Ancora più significativo è il dato geografico: circa il 60% dell’import strategico italiano proviene direttamente da paesi classificati a rischio politico medio o alto. La competitività, quindi, non può più essere misurata soltanto in termini di costo o produttività. Deve incorporare anche la resilienza delle catene di fornitura. Per le imprese questo significa che la gestione del procurement e della supply chain diventa progressivamente una funzione strategica. Non è più sufficiente individuare il fornitore più efficiente. Occorre valutare concentrazione geografica, rischio politico, sostituibilità dei fornitori, tempi di approvvigionamento, criticità dei componenti e possibilità di ridondanza.

    Il mercato unico europeo come possibile riequilibrio

    L’elevata esposizione italiana ai mercati extra UE induce l’Istat a porre una questione strategica di particolare rilevanza. Nel periodo di maggiore espansione della globalizzazione, il modello export-led ha rappresentato un importante elemento di sostegno all’economia italiana. In un contesto caratterizzato da crescente regionalizzazione degli scambi, nearshoring, friendshoring e nuove barriere commerciali, tuttavia, lo stesso modello può diventare più vulnerabile. Il Rapporto evidenzia quindi l’opportunità di rafforzare il posizionamento dell’Italia all’interno del mercato unico europeo. L’Unione europea non rappresenta soltanto un mercato di sbocco, ma un’area nella quale la libera circolazione di beni, servizi, capitali e persone può offrire maggiore stabilità e possibilità di integrazione produttiva. Il tema assume particolare importanza se si considera che l’Italia presenta ancora debolezze rilevanti nell’export di servizi a maggiore intensità di conoscenza. I saldi italiani risultano positivi per attività come turismo e lavorazioni conto terzi, ma negativi per ICT, proprietà intellettuale e altri servizi avanzati alle imprese. Questo rappresenta un elemento strutturale di debolezza competitiva.

    Diversificare verso nuovi mercati: India e MERCOSUR

    La diversificazione geografica rappresenta l’altra possibile risposta alla crescente instabilità. Il Rapporto dedica un approfondimento specifico all’India e ai paesi MERCOSUR, due aree caratterizzate da un elevato potenziale di crescita. L’Italia esporta verso l’India soprattutto Macchinari, Chimica, Metallurgia, Farmaceutica, Mezzi di trasporto e Apparecchiature elettriche. Nel 2025 le esportazioni verso l’India sono cresciute del 9,4%, con un incremento particolarmente significativo dei Macchinari. Anche il MERCOSUR rappresenta un mercato importante per il sistema industriale italiano, con una presenza rilevante di Macchinari, Mezzi di trasporto, Farmaceutica e Chimica. Tuttavia, anche in questi mercati emerge una forte concentrazione dei valori esportati nelle imprese di maggiore dimensione e nei gruppi multinazionali. La possibilità di cogliere pienamente le opportunità dei nuovi accordi commerciali dipenderà quindi dalla capacità di ampliare la base delle imprese esportatrici.

    Una competitività più selettiva

    Nel complesso, il quadro delineato dall’Istat non suggerisce un deterioramento generalizzato della competitività italiana. Emergono piuttosto segnali di crescente selettività. Le imprese più strutturate, internazionalizzate, diversificate e inserite in reti multinazionali sembrano disporre di maggiori strumenti per assorbire gli shock, riorientare i flussi commerciali e cogliere nuove opportunità. Le imprese maggiormente dipendenti da singoli mercati o da fornitori difficilmente sostituibili risultano invece più vulnerabili. Questo elemento appare particolarmente rilevante per il sistema italiano, caratterizzato da una forte presenza di piccole e medie imprese. La dimensione aziendale, tuttavia, non deve essere interpretata come un limite in senso deterministico. Il tema riguarda piuttosto la capacità di costruire reti, presidiare mercati diversi, sviluppare competenze manageriali e adottare sistemi di pianificazione capaci di incorporare il rischio geopolitico.

    Dalla competitività di costo alla competitività strategica

    Il Rapporto suggerisce implicitamente una ridefinizione dello stesso concetto di competitività. Nel nuovo scenario internazionale non è sufficiente essere efficienti. Un’impresa può avere costi competitivi e prodotti eccellenti, ma risultare vulnerabile se dipende eccessivamente da un singolo mercato di sbocco o da un unico fornitore strategico. La competitività contemporanea richiede quindi almeno quattro dimensioni integrate: capacità di innovazione, produttività, accesso ai mercati e resilienza. Quest’ultima dimensione sta diventando sempre più importante. La resilienza non significa rinunciare all’internazionalizzazione o riportare integralmente le produzioni all’interno dei confini nazionali. Significa costruire un sistema di relazioni commerciali e produttive capace di adattarsi rapidamente alle discontinuità.

    Le implicazioni per le imprese

    Per le imprese italiane, il Rapporto Istat dovrebbe essere letto non soltanto come una fotografia statistica del Paese, ma come uno strumento di riflessione strategica. La prima implicazione riguarda la diversificazione geografica. Concentrarsi eccessivamente su un singolo mercato può amplificare l’impatto di shock esterni. La seconda riguarda la supply chain. La valutazione dei fornitori dovrebbe progressivamente integrare indicatori di rischio geopolitico e strategicità degli input. La terza riguarda il posizionamento settoriale. Le differenze di performance mostrano che la crescita non è distribuita uniformemente tra i comparti e che alcune specializzazioni tradizionali del sistema italiano stanno attraversando una fase di maggiore difficoltà. La quarta riguarda la dimensione organizzativa. La capacità di reagire rapidamente alle variazioni dei mercati internazionali dipende dalla disponibilità di informazioni, dalla qualità dei processi decisionali e dalla presenza di competenze manageriali adeguate. Infine, emerge un tema di finanza strategica: maggiore incertezza significa maggiore necessità di liquidità, flessibilità finanziaria e capacità di sostenere investimenti destinati alla diversificazione produttiva e commerciale.

    Conclusioni: la resilienza del 2025 non deve diventare un alibi

    Il dato forse più importante del Rapporto Istat è che il sistema produttivo italiano ha retto meglio del previsto alla nuova fase di protezionismo internazionale. Ma questa resilienza non dovrebbe essere interpretata come una garanzia per il futuro. I dazi hanno già prodotto effetti misurabili, seppure selettivi. La dipendenza dalle importazioni cinesi continua a crescere. L’esposizione agli Stati Uniti è superiore a quella delle altre grandi economie europee. Una quota significativa degli input strategici proviene da aree caratterizzate da rischio politico elevato. E la competitività appare sempre più concentrata in un numero limitato di settori e imprese. Il tema strategico per il sistema produttivo italiano non consiste quindi nel ridurre l’apertura internazionale. Consiste nel renderla più equilibrata. Diversificare i mercati, rafforzare la presenza europea, sviluppare servizi ad alto contenuto di conoscenza, ridurre le dipendenze critiche e accrescere la capacità delle imprese di adattarsi rapidamente agli shock rappresentano probabilmente alcune delle principali direttrici della competitività italiana nei prossimi anni. La globalizzazione non è terminata. Sta cambiando forma. E per un Paese come l’Italia, la cui struttura produttiva è profondamente integrata negli scambi internazionali, comprendere questa trasformazione significa comprendere una parte rilevante del proprio futuro economico.

    La fonte

    Il presente contributo è elaborato a partire dal Rapporto sulla competitività dei settori produttivi – Edizione 2026, pubblicato dall’Istituto Nazionale di Statistica. La quattordicesima edizione del Rapporto, curata da Stefano Costa e Claudio Vicarelli e chiusa con le informazioni disponibili al 5 marzo 2026, analizza il posizionamento dell’economia italiana nel nuovo scenario internazionale attraverso tre livelli complementari: macroeconomico, settoriale e microeconomico. Il documento approfondisce in particolare la dinamica del commercio estero, gli effetti della nuova politica tariffaria statunitense, l’esposizione dell’Italia ai mercati extra UE, il ruolo della Cina, la competitività dei settori produttivi, le strategie delle imprese esportatrici, il peso delle multinazionali e la dipendenza dalle importazioni di beni strategici.

    Riferimento bibliografico: Istituto Nazionale di Statistica. Rapporto sulla competitività dei settori produttivi. Edizione 2026. Roma: Istat, 2026. ISBN 978-88-458-2198-1.

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