Introduzione
Osservare l’Europa esclusivamente attraverso i dati nazionali significa rappresentare soltanto una parte della sua realtà economica e sociale. All’interno dello stesso Paese possono convivere territori altamente produttivi e aree caratterizzate da stagnazione, regioni capaci di attrarre popolazione e investimenti e territori interessati da progressivo spopolamento, sistemi imprenditoriali innovativi e contesti nei quali la debolezza del mercato del lavoro alimenta povertà ed esclusione sociale.
L’Eurostat Regional Yearbook 2025 offre una lettura dell’Europa fondata proprio su questa dimensione territoriale. Il rapporto analizza le regioni dell’Unione europea, dei Paesi EFTA e dei Paesi candidati attraverso tredici ambiti: popolazione, salute, istruzione, mercato del lavoro, condizioni di vita, società digitale, economia, imprese, ricerca e sviluppo, turismo, trasporti, ambiente e agricoltura.
Il risultato è una rappresentazione molto più articolata rispetto a quella fornita dalle statistiche nazionali. L’Europa che emerge dal rapporto non è divisa soltanto tra Paesi più ricchi e Paesi meno sviluppati, ma è attraversata da differenze interne che riguardano la capacità produttiva, l’accesso ai servizi, la qualità del capitale umano, la diffusione dell’innovazione e la possibilità delle persone di partecipare al mercato del lavoro.
Per l’Italia questa prospettiva è particolarmente rilevante. Il nostro Paese presenta contemporaneamente alcune delle regioni economicamente e imprenditorialmente più forti dell’Unione e alcuni dei territori con i più bassi livelli europei di occupazione e con le più elevate condizioni di vulnerabilità sociale.
Un atlante statistico dell’Europa regionale
L’edizione 2025 utilizza la nuova classificazione NUTS 2024, che suddivide il territorio europeo in:
- 92 regioni di livello NUTS 1;
- 244 regioni di livello NUTS 2;
- 1.165 regioni di livello NUTS 3.
Il livello NUTS 2 rappresenta il riferimento prevalente per l’analisi delle politiche regionali e per l’assegnazione dei fondi di coesione, mentre il livello NUTS 3 consente una lettura territoriale più granulare, utile per osservare le differenze tra città, province, aree metropolitane e territori periferici.
Il passaggio alla classificazione NUTS 2024 comporta, tuttavia, alcune cautele interpretative. Eurostat evidenzia che non tutte le serie storiche hanno potuto essere ricostruite secondo i nuovi confini territoriali; ciò può limitare la comparabilità temporale di alcuni indicatori.
Anche gli anni di riferimento non sono uniformi. Per demografia, istruzione, mercato del lavoro, condizioni di vita e società digitale sono generalmente disponibili dati relativi al 2024. Per economia, imprese, turismo, trasporti, ambiente e agricoltura il riferimento più frequente è il 2023, mentre per alcuni indicatori regionali vengono utilizzati dati del 2022.
Il rapporto deve quindi essere letto come una fotografia statistica ampia e comparabile, ma non come una graduatoria perfettamente sincrona di tutte le dimensioni territoriali.
Competitività e sostenibilità: le due chiavi di lettura del rapporto
L’Eurostat Regional Yearbook 2025 collega l’analisi territoriale a due grandi priorità europee.
La prima è la prosperità sostenibile e competitiva, che riguarda la capacità dell’Unione di generare produttività, innovazione, investimenti e occupazione qualificata senza compromettere la sostenibilità ambientale e sociale. Gli indicatori regionali sono ricondotti anche alle questioni affrontate dal rapporto di Mario Draghi sul futuro della competitività europea.
La seconda è rappresentata dagli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, utilizzati per valutare i progressi europei in materia sociale, economica e ambientale.
La dimensione regionale diventa così determinante. La competitività europea, infatti, non dipende soltanto dalle politiche comuni o dalle performance degli Stati membri, ma dalla capacità dei singoli territori di combinare:
- capitale umano;
- infrastrutture;
- innovazione;
- servizi pubblici;
- accessibilità;
- inclusione sociale;
- transizione digitale e ambientale.
In questa prospettiva, la coesione non rappresenta soltanto un obiettivo redistributivo. È una componente della competitività dell’intero sistema europeo: una regione che non utilizza pienamente la propria popolazione attiva, non sviluppa competenze o non garantisce servizi essenziali riduce il potenziale di crescita dell’Unione nel suo complesso.
Le principali evidenze europee
1. Demografia: un’Europa che cresce soltanto attraverso le migrazioni
Al 1° gennaio 2024 l’Unione europea contava 449,3 milioni di abitanti. Nel corso del 2023 la popolazione è aumentata di 1,6 milioni di persone, ma l’incremento è stato determinato esclusivamente dai flussi migratori. Il saldo naturale è risultato negativo, con 1,2 milioni di decessi in più rispetto alle nascite, mentre la migrazione netta ha raggiunto 2,8 milioni di persone.
La crescita della popolazione europea non può quindi essere interpretata come il risultato di una ripresa demografica. Essa compensa, almeno temporaneamente, una dinamica strutturale caratterizzata da:
- diminuzione delle nascite;
- invecchiamento della popolazione;
- riduzione della popolazione in età lavorativa;
- concentrazione dei giovani nelle aree urbane;
- spopolamento dei territori rurali e periferici.
Nel 2023 il tasso di fertilità dell’Unione è sceso a 1,38 figli per donna, il livello più basso dall’inizio della serie storica nel 2001. Le aree con una fertilità particolarmente contenuta sono concentrate soprattutto in Grecia, Spagna e Italia.
Per le politiche pubbliche e per le imprese ciò comporta conseguenze rilevanti: riduzione dell’offerta di lavoro, difficoltà di ricambio generazionale, crescita della domanda di servizi sanitari e assistenziali e progressivo indebolimento della base economica di alcune aree interne.
2. Salute: la qualità dei servizi dipende anche dalla geografia
L’analisi sanitaria non si limita al numero di medici o di posti letto, ma considera anche l’effettiva accessibilità territoriale dei servizi.
Nel 2023 oltre un quarto delle regioni NUTS 3 dell’Unione aveva almeno il 95% della popolazione residente a meno di quindici minuti di automobile da un ospedale. Le situazioni più favorevoli riguardano generalmente le aree urbane e densamente popolate; i livelli più bassi si concentrano invece nei territori rurali e periferici dell’Europa orientale e meridionale.
Il dato mette in evidenza una distinzione essenziale: la presenza di strutture sanitarie non coincide necessariamente con la loro accessibilità.
La distanza fisica, la disponibilità di trasporti e la distribuzione della popolazione possono determinare significative disuguaglianze territoriali, anche all’interno di sistemi sanitari formalmente universalistici.
3. Istruzione e capitale umano
Il rapporto considera l’istruzione come uno dei principali fattori che collegano inclusione sociale, produttività e occupazione.
Gli indicatori esaminano, tra gli altri aspetti:
- partecipazione all’istruzione;
- abbandono precoce;
- istruzione terziaria;
- formazione permanente;
- differenze di genere;
- relazione tra titolo di studio e partecipazione al lavoro.
Eurostat rileva una correlazione positiva tra abbandono scolastico precoce e rischio di povertà. Le regioni nelle quali una quota maggiore di giovani lascia prematuramente i percorsi formativi tendono quindi a presentare condizioni sociali e occupazionali più fragili.
Il tema non riguarda soltanto l’equità sociale. In una fase caratterizzata da transizione digitale, automazione e carenza di competenze, la qualità del capitale umano costituisce una delle condizioni essenziali della competitività regionale.
4. Mercato del lavoro: la principale linea di frattura sociale
Nel 2024 l’Unione europea contava 197,6 milioni di occupati nella fascia tra 20 e 64 anni, 11,9 milioni di disoccupati e 51,1 milioni di persone esterne alla forza lavoro. L’obiettivo europeo è raggiungere entro il 2030 un tasso di occupazione almeno pari al 78%.
Dietro il dato medio europeo si osservano tuttavia differenze regionali molto elevate.
Le regioni con i tassi di occupazione più alti sono concentrate soprattutto nell’Europa centro-settentrionale. Le situazioni più critiche interessano invece territori periferici, rurali o caratterizzati da una debole capacità produttiva, in particolare nell’Europa meridionale.
Il mercato del lavoro appare quindi come il principale punto di connessione tra sviluppo economico e condizioni sociali. Dove l’occupazione è debole aumentano generalmente anche:
- disoccupazione di lungo periodo;
- povertà;
- dipendenza dai trasferimenti pubblici;
- emigrazione dei giovani;
- contrazione dei consumi;
- riduzione della base fiscale territoriale.
5. Condizioni di vita e rischio di esclusione sociale
Nel 2024, 93,3 milioni di persone, pari al 21% della popolazione dell’Unione, risultavano a rischio di povertà o esclusione sociale.
Il rapporto evidenzia inoltre come l’aumento del costo della vita abbia inciso in misura proporzionalmente maggiore sulle famiglie con redditi più bassi. L’inflazione europea è salita dallo 0,7% del 2020 al 9,2% del 2022, per poi ridursi al 6,4% nel 2023 e al 2,6% nel 2024.
La media europea nasconde differenze territoriali molto pronunciate. Le regioni più vulnerabili tendono a combinare bassi tassi di occupazione, minore partecipazione all’istruzione, limitata diversificazione produttiva e maggiore esposizione all’aumento dei prezzi dei beni essenziali.
6. Digitalizzazione: un nuovo fattore di divario regionale
La società digitale non riguarda soltanto la copertura di rete, ma la capacità di cittadini e imprese di utilizzare concretamente le tecnologie.
L’Unione ha fissato per il 2030, tra gli altri, due obiettivi:
- almeno l’80% delle persone tra 16 e 74 anni dotato di competenze digitali di base;
- almeno il 75% delle imprese europee utilizzatrici di cloud computing, analisi dei dati o intelligenza artificiale.
Le differenze regionali riguardano l’uso dell’e-commerce, dei servizi pubblici digitali, dell’internet banking, degli strumenti di comunicazione e delle tecnologie nei luoghi di lavoro.
Il divario digitale tende inoltre a sovrapporsi ad altri squilibri: età della popolazione, istruzione, reddito e struttura del sistema produttivo. Una regione meno digitalizzata rischia quindi di accumulare ulteriore ritardo in termini di produttività, accesso ai servizi e attrattività degli investimenti.
7. Economia: ricchezza concentrata nei grandi poli regionali
Il PIL pro capite, espresso in standard di potere d’acquisto, evidenzia una forte concentrazione della ricchezza nei grandi centri urbani, nelle regioni industriali avanzate e nei territori che ospitano imprese multinazionali.
A livello NUTS 3, nel 2023 Dublino e la regione irlandese South-West hanno registrato i valori più elevati dell’Unione. Seguono le aree automobilistiche tedesche di Wolfsburg e Ingolstadt, Parigi e il distretto di Monaco.
Eurostat invita tuttavia a interpretare con prudenza il PIL regionale. Un valore molto elevato può essere condizionato da:
- pendolarismo in entrata;
- confini amministrativi;
- concentrazione di sedi societarie;
- localizzazione di brevetti e altri asset immateriali;
- presenza di grandi multinazionali.
Il PIL territoriale misura la produzione realizzata in una regione, ma non coincide necessariamente con il reddito effettivamente disponibile per i residenti.
8. Imprese e innovazione
La capacità innovativa delle piccole e medie imprese rappresenta una delle evidenze più interessanti del rapporto.
Tra il 2020 e il 2022, il 41,7% delle PMI europee ha introdotto innovazioni nei processi aziendali. Le innovazioni considerate non riguardano soltanto la tecnologia di prodotto, ma anche metodi produttivi, logistica, software, organizzazione, amministrazione e sistemi di gestione.
Questo dato suggerisce che la trasformazione digitale e organizzativa non può essere misurata soltanto attraverso brevetti o investimenti in ricerca. Una parte significativa dell’innovazione avviene mediante il miglioramento dei processi, la revisione delle modalità operative e l’introduzione di sistemi di controllo e gestione più evoluti.
9. Ricerca e sviluppo
Il capitolo dedicato alla ricerca analizza la distribuzione territoriale della spesa in R&S, del personale scientifico e delle attività ad alta intensità di conoscenza.
Il quadro europeo resta caratterizzato da una forte concentrazione in un numero limitato di ecosistemi regionali, generalmente collegati a:
- università e centri di ricerca;
- imprese di grandi dimensioni;
- settori tecnologici e farmaceutici;
- industria avanzata;
- disponibilità di capitale e personale qualificato.
La prossimità tra ricerca pubblica, impresa e finanza produce effetti cumulativi. I territori già forti attraggono nuovi investimenti e competenze; le aree più deboli rischiano invece di perdere capitale umano e capacità innovativa.
10. Turismo: crescita, concentrazione e sostenibilità
Nel 2023 le presenze nelle strutture ricettive dell’Unione hanno raggiunto 2,94 miliardi, superando i livelli precedenti alla pandemia.
Il turismo sostiene occupazione e sviluppo nelle regioni costiere, montane e periferiche, ma genera anche esternalità: stagionalità del lavoro, pressione sulle infrastrutture, consumo di suolo, produzione di rifiuti, congestione e aumento dei costi abitativi.
La questione centrale non è quindi soltanto attrarre visitatori, ma trasformare il turismo in uno sviluppo regionale sostenibile, capace di produrre reddito stabile senza compromettere la vivibilità dei territori e le risorse ambientali.
11. Trasporti e accessibilità
I trasporti determinano l’accesso delle persone al lavoro e ai servizi, ma anche la competitività logistica delle imprese.
Il rapporto analizza trasporto stradale, ferroviario, marittimo e fluviale, mobilità delle persone e trasporto delle merci. Evidenzia inoltre i costi sociali e ambientali della mobilità, tra cui congestione, inquinamento ed incidentalità.
Nel 2023 nell’Unione europea si sono registrati 20.617 decessi stradali, pari a 46 morti per milione di abitanti.
12. Ambiente e transizione climatica
Tra il 1990 e il 2023 le emissioni di gas serra dell’Unione sono diminuite del 33,9%. La riduzione ha riguardato 204 regioni NUTS 2 su 244, mentre 40 hanno registrato un aumento.
La distribuzione territoriale dei risultati è eterogenea. Alcune regioni hanno ridotto drasticamente le emissioni anche in conseguenza della trasformazione o della chiusura di attività industriali ad alta intensità energetica. Altre hanno aumentato la propria produzione e la propria domanda di mobilità, rendendo più complesso il percorso di decarbonizzazione.
La valutazione ambientale deve pertanto distinguere tra:
- miglioramenti dovuti all’efficienza;
- riduzioni conseguenti alla deindustrializzazione;
- trasferimento delle produzioni in altri territori;
- crescita dei servizi e delle attività a minore intensità emissiva.
13. Agricoltura e specializzazione territoriale
L’agricoltura europea presenta modelli regionali profondamente differenti. Alcuni territori sono specializzati nelle coltivazioni, altri nell’allevamento, altri ancora nei servizi agricoli, nella trasformazione o nelle attività secondarie connesse.
La capacità di produrre valore non dipende soltanto dal volume agricolo, ma dall’integrazione tra produzione primaria, servizi, trasformazione, turismo rurale, energia e attività complementari.
Questa prospettiva è particolarmente importante per l’Italia, dove la competitività agricola deriva spesso dalla qualità, dalla specializzazione e dalla capacità di collegare il prodotto al territorio, alla trasformazione industriale e alla distribuzione.
Il caso italiano: un Paese composto da economie regionali differenti
L’Italia non è un’unica economia territoriale
Il principale dato che emerge dal rapporto non è una singola posizione in classifica, ma la profondità delle differenze tra le regioni italiane.
Il Nord Italia è inserito nel grande corridoio europeo delle aree a più elevata capacità produttiva, che parte dai Paesi nordici, attraversa Germania, Benelux e Austria e raggiunge le regioni settentrionali italiane.
Il Mezzogiorno presenta invece, in numerosi indicatori, condizioni comparabili alle aree europee caratterizzate da minore partecipazione al lavoro, maggiore vulnerabilità sociale e ridotta accessibilità alle opportunità economiche.
La distanza non riguarda soltanto il PIL. Coinvolge occupazione, reddito, servizi, digitalizzazione, formazione, capacità amministrativa e attrattività degli investimenti.
Ricchezza e reddito: il primato delle regioni settentrionali
Nel confronto del reddito primario netto pro capite, la Provincia autonoma di Bolzano presenta un valore pari a circa una volta e mezzo la media italiana.
Bolzano, Lombardia ed Emilia-Romagna figurano tra le regioni europee con un reddito primario pro capite superiore di almeno il 20% rispetto alla rispettiva media nazionale. Tutte e tre presentano valori superiori anche a quelli del Lazio, nonostante quest’ultimo comprenda la capitale.
Questo risultato riflette la particolare struttura economica del Nord:
- maggiore densità imprenditoriale;
- manifattura orientata all’esportazione;
- produttività più elevata;
- presenza di filiere integrate;
- infrastrutture più sviluppate;
- maggiore partecipazione al mercato del lavoro;
- connessione con le catene del valore dell’Europa centrale.
Il Lazio mantiene un ruolo economico rilevante, ma presenta una struttura maggiormente concentrata nei servizi, nella pubblica amministrazione e nelle attività legate alla funzione di capitale.
Il mercato del lavoro: il più grave divario regionale italiano
Il mercato del lavoro rappresenta probabilmente l’indicatore nel quale la frattura territoriale italiana appare più evidente.
Nel 2024 la Provincia autonoma di Bolzano ha registrato un tasso di occupazione della popolazione tra 20 e 64 anni pari al 79,9%. Nello stesso anno il tasso è stato del:
- 48,5% in Calabria;
- 49,4% in Campania;
- 50,7% in Sicilia.
Calabria e Campania sono state le uniche due regioni dell’Unione nelle quali meno della metà della popolazione in età lavorativa risultava occupata; la Sicilia ha registrato il terzo valore più basso dell’UE.
L’Italia ha inoltre presentato la più elevata disparità regionale europea nei tassi di occupazione, con un coefficiente di variazione del 15,6%.
Il dato è particolarmente significativo perché il divario occupazionale non può essere spiegato soltanto attraverso la diversa produttività del lavoro. Riguarda anche:
- partecipazione femminile;
- economia sommersa;
- disponibilità di servizi per l’infanzia;
- mobilità territoriale;
- qualità delle infrastrutture;
- capacità di attrarre investimenti;
- struttura settoriale;
- efficienza delle politiche attive.
Anche la disoccupazione di lungo periodo presenta criticità rilevanti. Nel 2024 Campania, Calabria e Sicilia hanno registrato rispettivamente tassi del 9,9%, dell’8,3% e dell’8%, tra i valori più elevati dell’Unione.
La Provincia autonoma di Bolzano, al contrario, figura tra le regioni europee con una disoccupazione inferiore al 2,5%.
Povertà ed esclusione sociale: la criticità della Calabria
Nel 2024 la Calabria ha registrato un tasso di rischio di povertà o esclusione sociale del 48,8%.
Nell’intera Unione europea soltanto la Guyana francese, con il 59,5%, ha presentato un valore superiore.
Il dato calabrese mostra come la povertà regionale non sia una dimensione separata dal funzionamento dell’economia. È strettamente collegata alla bassa occupazione, alla discontinuità lavorativa, alla debolezza del sistema produttivo e alla minore capacità di generare reddito stabile.
Le politiche di contrasto alla povertà non possono quindi limitarsi ai trasferimenti monetari. Devono integrarsi con:
- politiche del lavoro;
- istruzione e formazione;
- servizi alla persona;
- incentivi agli investimenti;
- infrastrutture digitali e materiali;
- rafforzamento delle imprese locali.
Demografia: bassa natalità e progressivo impoverimento della base produttiva
L’Italia è tra i Paesi europei nei quali si concentrano i più bassi livelli di fertilità. In particolare, Cagliari e Sud Sardegna figurano tra i territori NUTS 3 con i tassi più contenuti dell’Unione.
La questione demografica assume una dimensione economica diretta.
Un territorio nel quale diminuiscono i giovani e cresce l’età media tende a sperimentare:
- riduzione della forza lavoro;
- difficoltà nel ricambio delle imprese;
- minore domanda immobiliare;
- contrazione dei consumi;
- aumento della spesa sanitaria e assistenziale;
- riduzione della sostenibilità dei servizi locali;
- perdita di competenze attraverso l’emigrazione.
Per le regioni italiane più deboli, il rischio è quello di una spirale cumulativa: minori opportunità determinano emigrazione giovanile; l’emigrazione riduce ulteriormente il potenziale produttivo e imprenditoriale; la minore base economica rende più difficile finanziare servizi e infrastrutture.
Salute: buoni risultati, ma pressioni crescenti
Il rapporto evidenzia anche alcuni risultati positivi dell’Italia. Nel 2023 quattro regioni italiane figuravano tra quelle dell’Unione con una mortalità infantile inferiore a due decessi ogni mille nati vivi.
Tuttavia, l’invecchiamento della popolazione aumenta la domanda di assistenza sanitaria e rende più rilevante la distribuzione territoriale dei servizi.
La sfida non riguarda soltanto la quantità complessiva di risorse destinate alla sanità, ma la capacità di garantire:
- prossimità dei presidi;
- medicina territoriale;
- personale sanitario;
- continuità assistenziale;
- integrazione tra servizi sanitari e sociali;
- accessibilità nelle aree interne.
Digitalizzazione: il Mezzogiorno resta indietro nell’uso dei servizi
Nel 2024 meno della metà della popolazione utilizzava l’internet banking in Puglia, Molise, Basilicata, Sicilia, Campania e Calabria.
L’indicatore non misura soltanto la familiarità con i servizi bancari digitali. È una proxy della capacità di cittadini e territori di utilizzare gli strumenti online per accedere a servizi economici, amministrativi e professionali.
Il ritardo digitale può derivare dalla combinazione di diversi fattori:
- popolazione più anziana;
- minori livelli di istruzione;
- redditi più bassi;
- limitata diffusione delle competenze digitali;
- minore disponibilità o qualità delle infrastrutture;
- struttura produttiva meno orientata ai servizi avanzati.
Il rischio è che la digitalizzazione, anziché ridurre le distanze territoriali, le amplifichi.
Un sistema imprenditoriale più innovativo di quanto suggeriscano alcuni indicatori macroeconomici
Uno dei risultati più favorevoli per l’Italia riguarda l’innovazione delle PMI.
Tra il 2020 e il 2022 la Lombardia ha registrato il più alto numero europeo di PMI che hanno introdotto innovazioni di processo: 15.900 imprese. Anche Veneto, Emilia-Romagna, Toscana, Piemonte, Campania e Lazio hanno superato le 3.000 PMI innovatrici di processo.
Per le innovazioni di prodotto, quattro regioni italiane figurano tra le sei regioni europee con più di 3.000 PMI innovatrici:
| Regione | PMI con innovazioni di prodotto |
|---|---|
| Lombardia | 10.700 |
| Veneto | 4.700 |
| Emilia-Romagna | 4.100 |
| Piemonte | 3.200 |
È significativo anche il dato relativo alla Calabria: il 65,2% delle PMI considerate ha introdotto innovazioni di processo, uno dei valori percentuali più elevati dell’Unione.
Questo risultato deve essere interpretato con attenzione. La quota percentuale elevata non implica necessariamente un volume assoluto elevato di investimenti, ma dimostra che anche nelle regioni economicamente più fragili esiste un tessuto imprenditoriale capace di innovare.
La questione strategica consiste nel trasformare queste iniziative in:
- crescita dimensionale;
- maggiore produttività;
- occupazione stabile;
- accesso ai mercati internazionali;
- consolidamento patrimoniale;
- collaborazione con università e centri di ricerca.
Turismo: l’Italia tra i principali poli europei
Roma, Venezia e Bolzano figurano tra le destinazioni regionali europee con il maggior numero di pernottamenti turistici nel 2023.
Roma ha inoltre registrato 12,9 milioni di pernottamenti effettuati da turisti residenti nel proprio Paese, collocandosi tra le prime destinazioni dell’Unione per turismo domestico.
Il turismo rappresenta quindi una delle principali specializzazioni competitive italiane. Tuttavia, nelle destinazioni più mature la crescita quantitativa non può essere l’unico obiettivo.
Le politiche territoriali dovrebbero considerare:
- capacità ricettiva;
- mobilità;
- disponibilità abitativa per i residenti;
- gestione dei flussi;
- stagionalità;
- qualità dell’occupazione;
- tutela del patrimonio;
- distribuzione dei visitatori verso aree meno congestionate.
Agricoltura e attività connesse
L’Italia presenta risultati di rilievo anche nelle attività agricole complementari.
Nei dati relativi al 2022, Emilia-Romagna e Lombardia hanno registrato ciascuna circa 1,4 miliardi di euro di produzione derivante da servizi agricoli e attività secondarie non agricole; il Veneto ha raggiunto circa un miliardo.
In tutte le regioni italiane la quota di queste attività sul valore della produzione agricola è risultata superiore alla media europea. In particolare, Provincia autonoma di Bolzano e Valle d’Aosta hanno registrato incidenze rispettivamente del 39,7% e del 39,1%.
Il dato evidenzia la capacità del sistema agricolo italiano di integrare:
- servizi;
- trasformazione;
- attività energetiche;
- agriturismo;
- manutenzione territoriale;
- produzioni secondarie.
Si tratta di una forma di diversificazione che può sostenere la redditività delle imprese agricole e la permanenza delle attività economiche nelle aree rurali.
Trasporti e sicurezza stradale
Nel 2023 la Lombardia ha registrato il più elevato numero assoluto di vittime della strada tra le regioni NUTS 2 dell’Unione, con 377 decessi. Il Lazio ne ha registrati 346 e il Veneto 309.
La Valle d’Aosta, con cinque vittime, figura invece tra le regioni con i valori assoluti più bassi.
I dati assoluti sono influenzati dalla popolazione, dall’estensione territoriale e dal volume della mobilità. Restano comunque indicativi dell’impatto economico e sociale della mobilità stradale nei territori più popolosi e produttivi.
Ambiente: risultati differenziati tra le regioni italiane
Tra il 1990 e il 2023 tre regioni italiane hanno ridotto le emissioni di gas serra di oltre il 55%, raggiungendo anticipatamente, almeno su questo indicatore, la soglia europea prevista per il 2030.
Nel complesso, tuttavia, l’Europa meridionale presenta un andamento eterogeneo: alcune regioni hanno conseguito forti riduzioni, mentre altre hanno aumentato le emissioni.
Per interpretare correttamente questi dati occorre valutare la trasformazione della struttura economica regionale. La riduzione delle emissioni può essere collegata all’efficienza e alla transizione energetica, ma anche alla contrazione della produzione industriale.
Una lettura strategica per l’Italia
Non esiste soltanto un divario di reddito
L’Eurostat Regional Yearbook 2025 mostra che il divario italiano è multidimensionale.
Le differenze territoriali riguardano contemporaneamente:
| Dimensione | Regioni più forti | Principali criticità |
|---|---|---|
| Produzione e reddito | Nord e aree alpine | Mezzogiorno |
| Occupazione | Bolzano e Nord | Calabria, Campania, Sicilia |
| Innovazione delle PMI | Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Piemonte | difficoltà di trasformare l’innovazione in crescita strutturale |
| Condizioni sociali | regioni centro-settentrionali | Calabria e altre regioni meridionali |
| Digitalizzazione | territori più urbanizzati e istruiti | Mezzogiorno e aree interne |
| Turismo | Roma, Venezia, Bolzano e principali destinazioni | sostenibilità e concentrazione dei flussi |
| Agricoltura integrata | Emilia-Romagna, Lombardia, Veneto, aree alpine | frammentazione e debolezza dimensionale |
| Demografia | aree urbane attrattive | Sardegna, aree interne e territori in spopolamento |
Queste dimensioni tendono a rafforzarsi reciprocamente.
Un territorio con maggiore occupazione dispone di più reddito, domanda interna e base fiscale. Può sostenere servizi migliori, attrarre lavoratori qualificati e finanziare innovazione. Al contrario, una regione caratterizzata da bassa occupazione e migrazione giovanile rischia di perdere progressivamente capitale umano, imprese e capacità amministrativa.
La produttività non basta senza partecipazione al lavoro
Il dibattito italiano si concentra spesso sulla produttività. Il rapporto Eurostat mostra però che, in alcune regioni, il problema preliminare è la ridotta partecipazione della popolazione al lavoro.
Portare il tasso di occupazione di Calabria, Campania e Sicilia verso la media europea produrrebbe effetti economici potenzialmente molto rilevanti:
- aumento del PIL;
- ampliamento della base contributiva;
- crescita dei redditi familiari;
- riduzione della povertà;
- maggiore domanda di beni e servizi;
- minore dipendenza dai trasferimenti.
Per ottenere questo risultato non è sufficiente incentivare genericamente le assunzioni. Occorrono investimenti integrati in servizi, infrastrutture, formazione e sviluppo delle imprese.
Il potenziale delle PMI italiane
I dati sull’innovazione mostrano che il tessuto produttivo italiano dispone di una significativa capacità di adattamento.
Il limite non sembra essere l’assenza assoluta di iniziative innovative, quanto la difficoltà di trasformarle in crescita dimensionale e sistemica.
Le priorità dovrebbero quindi riguardare:
- patrimonializzazione;
- accesso al capitale;
- aggregazioni e reti d’impresa;
- managerializzazione;
- digitalizzazione dei processi;
- collaborazione tra ricerca e imprese;
- trasferimento tecnologico;
- internazionalizzazione.
La Lombardia rappresenta uno dei principali ecosistemi imprenditoriali europei per numerosità delle PMI innovatrici. Ma il dato della Calabria dimostra che anche nelle regioni meridionali esistono capacità che potrebbero essere valorizzate mediante politiche più selettive e continuative.
Coesione e competitività non sono obiettivi alternativi
La politica di coesione europea indirizza una parte rilevante delle risorse verso le regioni il cui PIL pro capite è inferiore al 75% della media dell’Unione. L’obiettivo è ridurre i divari economici, sociali e territoriali attraverso investimenti in competitività, digitalizzazione, transizione ambientale, connessioni e inclusione.
Per l’Italia, la questione centrale non è soltanto quante risorse siano disponibili, ma la capacità di convertirle in capitale territoriale permanente.
Gli interventi dovrebbero essere valutati in base alla capacità di generare:
- occupazione aggiuntiva;
- produttività;
- competenze;
- infrastrutture effettivamente utilizzate;
- attrazione di investimenti;
- innovazione nelle imprese;
- miglioramento misurabile dei servizi.
La coesione diventa così una politica di investimento nella competitività futura del Paese, non una semplice compensazione dei divari esistenti.
Conclusioni
L’Eurostat Regional Yearbook 2025 restituisce l’immagine di un’Europa nella quale la prosperità si concentra in un numero limitato di grandi poli urbani, industriali e tecnologici, mentre numerosi territori periferici affrontano simultaneamente invecchiamento, spopolamento, ridotta occupazione e minore accessibilità ai servizi.
L’Italia riproduce al proprio interno gran parte di queste contraddizioni.
Da un lato presenta regioni pienamente integrate nel sistema produttivo dell’Europa centrale, una manifattura diffusa, un’elevata capacità innovativa delle PMI, destinazioni turistiche di rilevanza mondiale e sistemi agricoli capaci di integrare produzione e servizi.
Dall’altro registra il più elevato divario regionale europeo nei tassi di occupazione, livelli particolarmente alti di povertà e disoccupazione di lungo periodo nel Mezzogiorno, una debole dinamica demografica e persistenti differenze nella digitalizzazione e nell’accesso alle opportunità.
Il rapporto suggerisce quindi che le politiche territoriali non possano essere costruite mediante un’unica strategia nazionale uniforme. Le regioni italiane partono da condizioni strutturali profondamente differenti e richiedono strumenti coerenti con i rispettivi sistemi economici.
Per le regioni più avanzate, le priorità riguardano produttività, ricerca, crescita dimensionale delle imprese, competenze e transizione ambientale.
Per le regioni più fragili, lo sviluppo richiede una combinazione di occupazione, servizi, infrastrutture, capacità amministrativa, digitalizzazione e rafforzamento del sistema imprenditoriale.
La vera sfida italiana consiste nel trasformare la diversità regionale da fattore di disuguaglianza a leva di specializzazione e sviluppo. Non si tratta di rendere omogenei territori differenti, ma di consentire a ciascuna regione di utilizzare pienamente le proprie risorse produttive, umane e sociali.
La fonte
L’Eurostat Regional Yearbook 2025 è la pubblicazione annuale con cui Eurostat analizza le principali caratteristiche economiche, sociali e ambientali delle regioni europee. L’edizione 2025 utilizza la classificazione territoriale NUTS 2024 e comprende dati relativi ai 27 Paesi dell’Unione europea, ai Paesi EFTA e ai Paesi candidati.
Il rapporto è articolato in tredici capitoli dedicati a popolazione, salute, istruzione, mercato del lavoro, condizioni di vita, società digitale, economia, imprese, ricerca e sviluppo, turismo, trasporti, ambiente e agricoltura. I dati sono stati estratti tra marzo e maggio 2025 e il documento è stato completato nel luglio 2025.
Riferimento bibliografico
Eurostat. 2025. Eurostat Regional Yearbook: 2025 Edition. Luxembourg: Publications Office of the European Union. DOI: 10.2785/5478134.
Link Diretto alla Fonte: https://ec.europa.eu/eurostat/web/products-flagship-publications/w/ks-01-25-037

